La storia di AVIS Comunale Sondrio inizia nel 1954 con il suo fondatore Dott. Ermete Rossi. Da allora circa 9.000 donatori e volontari si sono succeduti nel tempo garantendo quell’imprescindibile contributo per la salute della collettività e la salvezza di tante vite.
Oggi i donatori e volontari sono oltre 2.600 e, senza di loro, molte attività ospedaliere e delle aziende farmaceutiche non sarebbero possibili. A tutti esprimiamo il più grande e sentito ringraziamento.
Per il futuro, auspichiamo che i giovani possano essere in grado di “sentire” ancora questa esigenza di solidarietà umana e contribuire, iscrivendosi all’Associazione, ad assicurare la continuità nelle attività di raccolta di sangue e plasma favorendo l’improcrastinabile ricambio intergenerazionale. Il sangue non è disponibile sul mercato ma è una risorsa biologica che si ottiene in virtù della libera scelta dei cittadini. La volontarietà, la gratuità, l’anonimato della donazione sono espressione del valore della solidarietà umana quale elemento fondamentale della cittadinanza attiva e della responsabilità sociale a tutela della salute collettiva.
Quella lontana prima trasfusione del Fondatore della nostra Comunale
“Dutuur, l’a abrit sü i ӧcc”
Un pomeriggio d’agosto del 1942, io e alcuni miei compagni di giochi ci eravamo incamminati per andare a fare il bagno al fiume Adda. Tiravamo un carrettino sul quale dovevamo riportare a casa l'erba raccolta nei prati e destinata a nutrire i conigli, anche loro, come noi, sempre affamati (eravamo in tempo di guerra, cosa triste e orrenda). Il posto scelto per fare il bagno era una pozza, poco al di sotto del ponte di Albosaggia, sulla riva destra del fiume. L'acqua era abbastanza profonda, ma non tanto da sommergerci: arrivava all'incirca fino al mento. L'Arturo, detto "l'umin di fiic" (l'omino dei fichi), perché tempo addietro era stato sorpreso a rifocillarsi su una pianta di fichi dal villano legittimo proprietario. Dopo una prolungata immersione nell'acqua gelida eravamo spariti nel boschetto a mangiare more e lamponi che crescevano in abbondanza. Poi eravamo andati nei prati a raccogliere l'erba e, quando il carretto fu stracolmo, tornammo alla pozza. Il primo a buttarsi in acqua fu il "Pinin" che subito scomparve sott'acqua.
Quello che noi non sapevamo era che il livello del fiume d'estate sarebbe aumentato verso il tramonto. Il Pinin riemerse dopo alcuni secondi, con gli occhi fuori dalla testa, gridando aiuto e agitando le braccia nel disperato tentativo di mantenersi a galla. Scomparve di nuovo sott'acqua, di nuovo riemerse, e così via, con immersioni sempre più prolungate ed emersioni sempre più brevi: stava annegando. Nessuno di noi sapeva nuotare. Mi lanciai in soccorso, e subito il Pinin mi si avvinghiò in un disperato abbraccio, conficcandomi le unghie nelle spalle e trascinandomi sul fondo della pozza. Raccolsi tutte le mie forze e riemersi a respirare con il Pinin sempre saldamente ancorato. In quei due o tre secondi (forse meno o forse più: in simili frangenti il tempo non esiste) feci in tempo a scorgere l'Arturo che stava strappando da un salice un ramo, e compresi che alla prossima emersione me lo avrebbe gettato. Così fu, ma subito non riuscii ad afferrarlo. Dovetti tornare sott'acqua, e alla successiva emersione riuscii, con una sola mano, ad agguantare il provvidenziale ramo tesomi dall'Arturo, che mi tirò a riva. Il Pinin sembrava un cadavere: pallido, con gli occhi chiusi, morto a metà per annegamento, a metà per paura. Ci mettemmo tutti a piangere, gridando a squarciagola "Pinin mör minga" (Pinin non morire). Qualcuno dovette ascoltare quella disperata invocazione: dopo aver vomitato non so quanta acqua, il buon Pinin infatti riprese conoscenza; cercammo di metterlo in piedi, ma non si reggeva. Fu così che lo stendemmo sull'erba del carretto, e, mestamente tirandolo, ci avviammo verso casa, con l'angoscia di dover riferire l'accaduto ai genitori, con tutto ciò che ne sarebbe inevitabilmente conseguito. Consegnammo il Pinin a sua madre, o piuttosto la chiamammo dal cortile (i citofoni non esistevano), abbandonando il figlio sul carretto e scappando a gambe levate.
Quella notte non dormii. Sentivo-ancora le unghie del Pinin, ma soprattutto vedevo di continuo l'Arturo che stava staccando il ramo dal salice. Ci aveva salvato la vita. E cosi divenni adulto portando dentro di me quel ricordo, con il desiderio di poter un giorno o l'altro pagare il debito salvando anch'io una vita. Chissà, forse per questo mi sono iscritto a Medicina, portando dentro di me il ricordo costante, indelebile, di quell'episodio, come un seme nascosto destinato a risvegliarsi Credo che le origini dell'AVIS a Sondrio, almeno per quella parte che mi riguarda, si debbano a questo risveglio. Nel 1952 l'allora Consiglio d'amministrazione dell'Ospedale Civile di Sondrio doveva deliberare, su una richiesta di acquisto di quattro flaconi di vetro importati dagli USA necessari per il prelievo e la conseguente trasfusione di sangue. (Era da poco finita la guerra, e al seguito delle truppe alleate avanzavano, accanto alle armi, anche nuovi presidi diagnostici e terapeutici, destinati a rivoluzionare la nostra Medicina: antibiotici, trasfusione di sangue, curaro, fleboclisi...). L'insolita richiesta, dopo aver fatto a lungo discutere i Consiglieri, alla fine non fu accolta, trattandosi di affidare a un giovane medico appena laureato mezzi per quei tempi sofisticati e densi di rischi e di responsabilità. Da alcuni mesi il giovane medico, che sarebbe poi il sottoscritto, stava interessandosi ai problemi trasfusionali, frequentando a Milano ambienti medici dove la pratica trasfusionale col trascorrere del tempo si stava sempre più imponendo (sia pur con tutti i rischi di un'attività, per certi versi, di tipo ancora "pioneristico", e con le gravi incognite legate all'ancora incompleta conoscenza di tutti i meccanismi immunitari). La richiesta respinta, anziché deprimermi e distogliermi dai miei propositi trasfusionali, mi spronò ancora di più a perfezionare le mie conoscenze. Un giorno, capitò in Ospedale il Collaboratore Scientifico dell’Istituto Sieroterapico Milanese Serafino Belfanti, che, dietro mia richiesta, mi consegnò (gratuitamente) alcune ampolline di siero liofilizzato anti-A e anti-B sufficienti per la determinazione di sei gruppi sanguigni. Determinai il gruppo a me, all'Arturo (sì, proprio quello che mi aveva salvato la vita), al Pinin redivivo e al buon Alfonso, unico infermiere di camera operatoria. Due le lasciai di scorta. Tutto, o quasi, era pronto per effettuare una trasfusione nel caso se ne fosse presentata la necessità: mancavano soltanto i famosi quattro flaconi di vetro. Col trascorrere del tempo si erano ovviamente presentati dei casi in cui sarebbe stato necessario, e qualche volta indispensabile, trasfondere sangue, ma dall'Alto non era mai venuto il consenso. L'Alto era il Primario, che non voleva assumere rischi, incorrendo in responsabilità, del resto più temute che reali in- ragione delle-stato di necessità e anche-delle insufficienti conoscenze scientifiche in materia trasfusionale.
Sono le tre di un venerdì mattina. Per una strana e fortunata coincidenza, io sono di guardia; alle cinque prenderà servizio l'Alfonso. Vengo svegliato con irruenza, come è d'obbligo in circostanze drammatiche, perché c'è un uomo in Pronto Soccorso che sta morendo dissanguato per una emorragia interna. È più morto che vivo. Scriverò poi nella cartella clinica di accoglimento: "Soggetto in condizioni generali gravissime che presenta tutti i sintomi di grave anemia acuta. Colorito della cute cadaverico. Pressione sanguigna non determinabile. Polso non avvertibile". Mando a chiamare il Primario che abita dentro le mura dell'Ospedale. Secondo lui non c'è nulla da fare: il paziente viene definito terminale. Gli chiedo se posso trasfonderlo; il rifiuto è secco: tanto è morto. Allora lo supplico: "Morto per morto, me lo lasci trasfondere, mi lasci fare un esperimento". Il Primario se ne va scuotendo la testa, però ha detto di sì. Apriti oh Cielo!: si scatena il finimondo. Telefono al Silvio (che poi diventerà uno dei pilastri dell'Associazione) di andare subito a chiamare l'Arturo e il Pinin, che arrivano trafelati in Ospedale. Intanto, alle cinque, monta l'Alfonso. Dico alla Suora di accostare una barella al letto del moribondo e di sterilizzare due scodelle (precari, ma indispensabili sostituti degli idonei flaconi di vetro richiesti, ma rimasti sul foglio dell'ordine del giorno del Consiglio d'Amministrazione). Metto il primo donatore sulla barella (l'Arturo, proprio lui: l'umin di fiic!) e del citrato di sodio in una delle scodelle per non far coagulare il sangue, che sgorga dalle sue vene. Mentre nella scodella si raccoglie il sangue con una siringa lo aspiro e lo travaso nelle vene del ricevente. Vado avanti così per alcuni minuti, non so quanti, forse cinque-dieci-quindici, non lo so. All'improvviso l'Alfonso esclama: "Dutuur l'a abrit sü i öcc" (dottore, ha aperto gli occhi)". Dico all'Alfonso, in tono aspro, di non fare lo stupido, e lo invito a non scherzare; ma lui insiste. Guardo meglio. L'Alfonso ha ragione: il paziente dà segni di vita. Mando a chiamare ancora il Primario. È incredulo. Si avvicina al paziente. Con una mano gli palpa il polso e con l'altra gli accarezza la fronte imperlata di sudore dicendogli "coraggio". È commosso. Non credo che il paziente fosse in grado di capire e in particolare di recepire segni di solidarietà da un uomo, per lui illustre sconosciuto, che oltretutto aveva fama di uomo duro, a volte rozzo. Intanto, il Pinin ha sostituito l'Arturo, e io continuo con ritmo più lento a infondere sangue. Il Primario se ne sta andando. Dopo quindici giorni se ne va a casa anche il paziente e io rimango solo ad aspettare, fiducioso, i miei quattro flaconi di vetro.
Ermete Rossi